‘La guerra accelera la corsa alle rinnovabili’ - Limes

2022-10-11 02:08:18 By : Ms. Vivian Yao.

La tempesta bellica agita le onde di casa Online, in edicola e in libreria

Conversazione con Francesco S tarace , amministratore delegato di Enel.

LIMES   L’invasione russa dell’Ucraina sta sovvertendo il mercato energetico europeo. A che punto ci troviamo?

STARACE  Allo stesso punto in cui eravamo nel 2014, quando la Russia annesse la Crimea e iniziò la guerra nel Donbas. Allora emerse in modo evidente che la dipendenza dal gas di un solo paese comportava dei rischi. Si disse che l’Europa doveva diversificare, affrancandosi almeno in parte da questo fornitore quasi unico. Ma non se ne fece nulla.

STARACE  In parte per la crisi libica di tre anni prima. A sua volta campanello d’allarme, giacché aveva comportato una diminuzione dei flussi di gas nordafricano e il conseguente aumento delle importazioni di quello russo, soprattutto da parte dell’Italia. Poi perché il gas di Mosca è sempre stato economico. Infine perché ci si era illusi che un’interdipendenza energetica ampia e crescente come quella fin qui esistita tra Russia e mercati europei avrebbe scongiurato conflitti su vasta scala, troppo nocivi per l’esportatore oltre che per gli importatori. Chiaramente non è così. Dunque oggi affrontiamo in emergenza il problema dell’affrancamento dalle fonti energetiche russe.

STARACE  Attraverso i due strumenti con cui ci stiamo attrezzando a gestire questa convulsa congiuntura. Nel breve termine diversificando il più possibile le forniture, il che implica ricorrere molto di più al gnl, il gas naturale liquefatto trasportato via nave. Nel medio-lungo periodo affrontando il problema di fondo: eliminare tutti gli usi non più essenziali del gas, eredità di scelte fatte quando la tecnologia non consentiva ancora di soppiantare la molecola blu in ambiti dove oggi non ha più senso bruciarla direttamente. Il gas è ancora indispensabile alla chimica e a molte produzioni industriali altamente energivore come il cemento, il vetro, la ceramica, la carta o l’acciaio. Qui è impossibile prescinderne, dunque la sicurezza e l’economicità dell’approvvigionamento vanno perseguite diversificando i fornitori. In settori come la produzione di energia elettrica, il riscaldamento domestico, l’autotrazione e i molti processi industriali meno energivori direttamente o indirettamente elettrificabili, bruciare gas non ha più senso. Non solo sotto il profilo economico ma anche tecnologico e strategico, in quanto le odierne tecnologie consentono di fare a meno del gas riducendo i costi e aumentando la sicurezza energetica. È questa la lezione che la crisi ucraina ci sta impartendo. Non è una lezione nuova, ma certo il carattere violento e repentino di questa crisi l’ha resa quantomai attuale, accelerando processi che sarebbero avvenuti comunque, ma in modo più lento e graduale.

STARACE  Quelli incentivati dal Repower Eu, che intende rendere più veloci e incisivi sviluppi già visibili in Europa. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, insediatasi prima del Covid-19, aveva infatti già imboccato la strada della decarbonizzazione. Dopo il coronavirus aveva rilanciato con il piano Fit for 55, per accelerare la transizione energetica anche in chiave di ripresa economica del continente. Ora il Repower Eu alza ulteriormente l’asticella: portando le rinnovabili dal 40 al 45% del mix energetico europeo – quasi il 70% nel settore elettrico – entro il 2030, stanziando nuovi fondi, agendo sulla semplificazione amministrativa per garantire tempi certi. È un approccio che va nella giusta direzione e che il sistema economico avrebbe adottato comunque.

LIMES  Non c’è il rischio che le misure immediate per fronteggiare l’emergenza energetica minino quelle a medio termine? Che cioè le scelte fatte ora sabotino la transizione energetica?

STARACE  No, perché le misure immediate tamponano il problema, non ne aggrediscono le cause di fondo. Queste risiedono in un uso per molti versi obsoleto ed eccessivo del gas. Un rischio in tal senso potrebbe palesarsi se il gas con cui andiamo a sostituire quello russo fosse molto più economico. Ma malgrado le economie di scala derivanti dalla costruzione di nuovi rigassificatori e dai volumi delle forniture alternative, via tubo e via nave, molto del gas che importeremo in forma liquefatta è intrinsecamente più caro. In ogni caso, non è pensabile sostituire completamente con gas non russo, via tubo e via nave, i 155 miliardi di m3 finora forniti da Mosca. Ad accelerare la transizione saranno dunque gravi dilemmi geostrategici e pressanti considerazioni economiche. Questo vale per tutti i paesi europei, sebbene nell’immediato alcuni possano essere messi un po’ meglio di altri.

LIMES  C’è chi paventa un approccio troppo spedito alla transizione energetica, sottolineandone le possibili ricadute sociali.

STARACE  Come dimostra la recente querelle – poi rientrata – al Parlamento europeo sulla messa al bando dei motori endotermici entro il 2035, la transizione energetica incontra ovvie resistenze in quei settori economici, sociali e industriali che ne sono direttamente penalizzati. Come tutti i grandi cambiamenti tecnologici, anche questo nell’immediato avvantaggia alcuni e penalizza altri. Ma ciò non ne inficia l’opportunità e la convenienza, posto che le ricadute socioeconomiche vengano per quanto possibile gestite e attenuate. Storicamente i contraccolpi del progresso non vengono scongiurati con battaglie di retroguardia, ma cavalcando l’innovazione e cercando di indirizzarne gli esiti.

LIMES C’è anche chi denuncia il rischio di sostituire la dipendenza dai produttori di petrolio con quella da altri paesi, come la Cina, che albergano materie prime e tecnologie indispensabili alla transizione.

STARACE  Non sta scritto da nessuna parte che affrancarsi da una dipendenza comporti necessariamente instaurarne un’altra. Anche perché mentre quella dai combustibili fossili è una dipendenza permanente e inaggirabile, quella dalle componenti critiche della transizione energetica è temporanea ed eludibile. 

STARACE  Perché gas, petrolio e carbone una volta bruciati devono essere sostituiti, nel nostro caso reimportati. La transizione energetica è invece un’enorme partita industriale che implica dotarci di nuove infrastrutture e apparecchiature su vasta scala: dai motori elettrici con i loro magneti permanenti ai pannelli solari, passando per gli accumulatori. Le materie prime che questi contengono, soprattutto terre e metalli rari, sono destinate a divenire sempre più disponibili man mano che i giacimenti si spostano dai loro luoghi d’origine alle nostre economie. Come? Grazie all’obsolescenza di tali apparati, il cui smaltimento a fine vita richiede processi di riciclo in linea con gli schemi virtuosi dell’economia circolare. Come spesso avviene, all’inizio il costo della materia prima riciclata è più alto di quella vergine, ma nel tempo decresce fino a divenire economicamente conveniente. Nei circuiti integrati al momento predominano invece silicio, oro, rame e altri elementi relativamente più abbondanti ed economici, dunque qui è soprattutto una questione di tecnologie.

LIMES  Tecnologie che oggi risiedono soprattutto in Asia e, in misura minore, in Nord America. 

STARACE  Sì ma per una precisa scelta industriale, non per decreto divino. Negli ultimi decenni l’Occidente, a cominciare dall’Europa, ha scelto il tempo breve su quello lungo. Ha puntato cioè a sfruttare i vantaggi comparati dell’Asia, anzitutto in termini di costo, per delocalizzare produzioni di cui non si è più voluto sobbarcare gli oneri finanziari e industriali – investimenti e impianti – preferendo importare quel tanto o poco che serviva. Oltretutto solo quando serviva, usando il just in time per risparmiare anche sui costi di magazzino. Questo ci ha deindustrializzato, falcidiando le nostre classi medie. Ma è stata una scelta, tanto più che le fabbriche cinesi dove si producono rotori eolici, pannelli solari o accumulatori sono ormai altamente automatizzate, dunque con un’incidenza dei costi di manodopera non dissimile dagli analoghi occidentali. Per questo la transizione, oltre che urgenza ecologica e strategica, è anche una grande opportunità economica per noi. Tale è considerata dal Repower Eu.

LIMES  La guerra in Ucraina ha comportato il moltiplicarsi delle sanzioni, già in aumento per i contrasti commerciali tra Cina e Stati Uniti e per i fatti ucraini del 2014. Che impatto avranno sulla transizione energetica?

STARACE  Le sanzioni sono state imposte a seguito di un atto bellico. C’è da credere e da sperare che una volta venuta meno la guerra, venga meno anche la ragione delle misure commerciali. Potremmo vedere le sanzioni come una sorta di esercitazione, la simulazione di un futuro in cui saremo meno dipendenti dall’export dei paesi sanzionati. 

LIMES  Una simulazione alquanto realistica, con conseguenze non indifferenti per le nostre economie.

STARACE  Purtroppo sì, ma al contempo un forte incentivo a fare ciò che è necessario. Del resto, di fronte a una guerra d’aggressione le sanzioni erano e restano doverose. Siamo stati obbligati a imporle, il prezzo che paghiamo ci è stato imposto dall’aggressore. Ma ciò non vuol dire che dovremmo prolungarle oltremisura quando finisca lo stato di belligeranza e si giunga a una pace sostenibile.

LIMES  Vede il rischio di una bipartizione del mercato energetico mondiale tra Occidente da un lato, Russia e Cina dall’altro?

STARACE  No, in quanto Pechino è neutrale rispetto alle tecnologie: non le sceglie in base a logiche politico-ideologiche, ma per necessità. Oggi la Cina è tra i paesi più avanzati in termini di rinnovabili, ma continua a costruire centrali nucleari e persino impianti a carbone perché ha un bisogno enorme e impellente di energia. Quando la domanda di base sarà soddisfatta, comincerà a selezionare con più discrezionalità i metodi generativi e allora privilegerà le rinnovabili, perché più economiche e sostenibili. Che si punti su una fonte o su un’altra non dipende da preferenze intrinseche per le relative tecnologie, in quanto la tecnologia lavora allo stesso modo dappertutto. Dipende da dove ci si trova nella curva dello sviluppo.

LIMES  Su quali rinnovabili l’Italia deve puntare di più ora?

STARACE  Potremmo raddoppiare senza grande sforzo la produzione geotermica, che negli anni Sessanta ci vide pionieri e in cui restiamo all’avanguardia. Solare ed eolico offrono ancora buoni margini di crescita, al pari dell’idroelettrico che però sconta vincoli sociali difficilmente aggirabili stante il suo impatto ambientale. Anche su biomasse e biogas possiamo fare ancora molto. In generale l’Italia ha risorse scientifiche, tecnologiche e naturali idonee a soddisfare tutto il suo fabbisogno energetico mediante rinnovabili, decarbonizzando completamente il processo generativo. Presto o tardi ci arriveremmo comunque. Se prima o dopo, dipende dall’entità degli interventi e dalla volontà politico-sociale di attuarli. Dal 2010 al 2012, senza grandi clamori, aziende e privati italiani hanno installato sul territorio nazionale circa 13 mila MW di potenza. Lo abbiamo fatto in assenza di politiche centrali, per iniziativa dei singoli. Possiamo rifarlo? Sì. Quest’anno aggiungeremo probabilmente 2.000-2.500 MW: sempre in modo spontaneo, non per fiat governativo. Dove la programmazione deve entrare è invece nell’adeguamento delle reti a media e bassa tensione, che vanno digitalizzate per gestire fonti molteplici e discontinue come le rinnovabili, molto diverse in tal senso dal modello classico della grande centrale termica che produce e irradia energia a comando. Le reti vanno inoltre dotate di capacità d’accumulo, per gestire i picchi di produzione e consumo.

LIMES  A che punto siamo sotto questo profilo?

STARACE  L’Italia è molto avanti: siamo gli unici al momento in Europa ad avere una rete completamente digitalizzata, tant’è che i 13 mila MW di fotovoltaico del triennio 2010-12 non hanno causato problemi. Si tratta ora di rafforzare la capacità di gestione elettronica, ma soprattutto di aggiungere capacità di stoccaggio. Abbiamo già in programma di installare oltre 1.500 MW di batterie, che ci daranno una capacità di accumulo maggiore rispetto a quella attuale del resto d’Europa. Se ora, grazie anche al Repower Eu, il resto del continente accelererà sull’adeguamento delle reti nazionali, l’Europa sarà all’avanguardia nel mondo. 

LIMES  Non c’è il rischio di un’eccessiva frammentazione delle capacità di generazione e stoccaggio?

STARACE  Non è un rischio, ma un fattore positivo perché un sistema generativo diffuso, fatto di tanti impianti di dimensioni diverse sparsi su tutto il territorio è molto meno vulnerabile a guasti e sabotaggi. Basti vedere cos’ha fatto l’Ucraina all’inizio della guerra: prima era sincronizzata sulla rete elettrica russa, ora lo è su quella europea. L’Europa è una delle aree al mondo più interconnesse dal punto di vista elettrico, il che vuol dire che le capacità di generazione e stoccaggio possono essere rese disponibili a tutti in modo molto più semplice di quanto visto, ad esempio, con il gas. A differenza delle centrali termiche, inoltre, sulle rinnovabili il fattore di scala incide molto meno, sicché la dimensione dell’impianto non produce una differenza sostanziale sulla resa energetica. Questo consente di creare un «ecosistema» elettrico diffuso, reticolare, interconnesso e molto più resistente agli shock rispetto all’attuale, dominato dai grandi impianti.

LIMES  Che ruolo vede per il nucleare?

STARACE  Quello esistente è bene portarlo a fine vita, perché concorre alla diversificazione necessaria a fronteggiare l’attuale crisi energetica e l’inevitabile gradualità della transizione. Non penso tuttavia che abbia un futuro: perché presenta il problema delle scorie, riproduce i meccanismi di dipendenza da cui vogliamo affrancarci, risponde a un modello ormai desueto di generazione centralizzata. Senza contare che costruire centrali nucleari è un processo talmente lungo e oneroso che spesso questi impianti nascono già vecchi. Oggi nel settore elettrico tutto ciò che richiede più di 3 o 4 anni a essere costruito e messo in linea è economicamente svantaggioso, perché i continui avanzamenti nel software e nell’hardware migliorano significativamente la resa delle rinnovabili. Dunque non hanno più senso impianti enormi fatti per durare mezzo secolo o più: il ritmo dello sviluppo tecnologico li rende presto superati e diseconomici.  

STARACE  Il Sole sulla Terra è stato per decenni un obiettivo sfuggente e tale resta, malgrado gli enormi sforzi scientifici e finanziari profusi nel tentativo di ottenerla. La ricerca in questo campo resta preziosa, ma come ricerca di base foriera di nuovi materiali e soluzioni tecnologiche in molti settori, compreso quello energetico. Continuare a inseguire la fusione in quanto tale rischia invece di essere una vana e costosa distrazione.

STARACE   L’idrogeno, che come noto non è una fonte in quanto non si trova puro in natura e va ottenuto tramite processi come l’elettrolisi, che comportano input energetici, può avere un ruolo importante come feedstock. Può essere cioè una materia prima ottenuta da fonti rinnovabili da impiegare per la sintetizzazione di carburanti carbon free, ad esempio quelli a base di ammoniaca o metanolo. Carburanti necessari negli ambiti, quali l’aviazione e il trasporto marittimo, che difficilmente potranno essere del tutto elettrificati. Come carburante primo non ha invece molto senso: le alternative più economiche, pratiche e sicure già esistono. Puntiamo su quelle.

Il regno nordafricano punta sul solare di ultima generazione per soddisfare una domanda energetica in crescita e rilanciare l’integrazione euro-mediterranea. Le sfide tecnologiche. I risvolti geopolitici. L’Italia può svolgere un ruolo centrale.

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